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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti - ONLUS / Sezione di Lucca
 

Storia di Ordinaria Discriminazione

 

Eda Marina Lucchesi

Che ci faccio qui davanti al mio PC, a domandarmi: 'Sarà il caso o non sarà il caso? Questa storia la scrivo oppure no? Forse la scrivo'.
Metti un'assolata domenica di settembre dal sapore agostano, un'amena località marina all'estremo nord della costa tirrenica, un teatro all'aperto all'interno di una stupenda pineta, un'evento di portata nazionale: il compleanno di un giovane quotidiano indipendente e democratico. Insomma quanto di meglio ci si possa augurare in quest'epoca di informazione manipolata e soggetta ad ogni sorta di pressione. Sul palcoscenico è un susseguirsi di personaggi d'alto ingegno e forte impatto. Per il pomeriggio è in programma l'appuntamento probabilmente più atteso: parlerà un grande professionista del giornalismo, un uomo che non teme di dire ciò che pensa, sempre in prima linea e in primo piano. Si prevede un'alta affluenza di pubblico, fra l'altro l'ingresso è gratuito, sarà un'impresa riuscire ad ottenere i pass per accedere al teatro.
Nella tarda mattinata, una signora bruna si reca presso un tavolo dell'organizzazione. Quel pomeriggio accompagnerà un'amica non vedente, non sarebbe possibile riservare due posti? La risposta è un netto diniego. Non si può fare, le disposizioni non lo prevedono. La signora non si scoraggia. Capisce perfettamente, sa che non dipende da loro, ma non potrebbero sollevare la questione con la direzione? Del resto non è la prima volta che le capita: aveva un fratello disabile e quasi sempre, in queste situazioni, si erano trovati in difficoltà.
Una biondina al di là del tavolo pare comprendere. Anche sua madre è cieca, dice, poi, chiede alla donna il nome dell'amica e lo scrive su un biglietto che mette da parte. Ecco fatto, lascerà detto a chi la sostituirà.
Un interrogativo sgomento increspa il volto della signora. Uno solo? Ne occorrerebbero due. Dall'altro lato si alza un mugugno contrariato. Il suo lo potrà ritirare alle ore quindici, quando inizierà la distribuzione. A questo punto, la nostra, cerca di far capire agli interlocutori che sarebbe assai macchinoso un tal modo di procedere, aumenterebbe i disagi anziché risolverli, senza contare che resterebbe il rischio di non riuscire ad avere il pass. In quel caso chi si occuperebbe dell'accompagnamento? Ci penserebbero, forse, loro stessi?
Un moto di stizza contrae il viso della biondina: - Come, io le uso questa carineria e lei ha da ridire? Allora sa che faccio? -. Riprende il biglietto messo da parte e lo fa a pezzi.
Un brivido attraversa la fronte della signora, scende lungo la testa e il collo fino a ghiacciarle la schiena. Col groppo alla gola si gira per andarsene e, fra le lacrime che le pungono gli occhi, lo vede. E' uno dei giornalisti del quotidiano festeggiato, lo raggiunge e gli racconta l'accaduto. L'uomo si dimostra colpito, ma purtroppo non sa nulla dell'organizzazione; in ogni modo c'è un altro ingresso da cui accedono gli addetti ai lavori, le consiglia di passare da quella parte.
Detto e fatto. Intorno alle sedici le due amiche entrano senza trovare inciampi, ma, dopo aver girato un poco avanti e indietro per il teatro, si rendono conto che non ci sono due posti vicini neanche a pagarli a prezzo d'oro. La signora cieca si siede su un gradino della scaletta metallica che porta alle gradinate, l'amica rimane in piedi per tenere d'occhio la situazione.
I tempi sono maturi per l'entrata in scena di un attore tipico di queste circostanze. Un signore si alza e, rivolgendosi alla donna in piedi, offre il suo posto per la disabile. Quest'ultima si volta verso di lui, tutta sorridente sotto gli occhialoni neri e la capigliatura dorata, ringrazia e rifiuta con cortese fermezza.
Ora l'accompagnatrice si fa largo nella ressa con la speranza di trovare qualcuno addetto al servizio di sala. Lo individua.
Scusi, scusi... non ci sono posti riservati per gli invalidi? Certo, sono quelli sul lato esterno delle file, così che l'accompagnatore possa sedersi posizionando la carrozzina accanto a sé. Ma non sono previsti due posti vicini per chi abbia una disabilità diversa e debba, tuttavia, essere accompagnato? L'addetto al servizio non sa che rispondere, guarda le poltroncine riservate per gli accompagnatori: sono tutte occupate, a lato nemmeno l'ombra d'una carrozzella. Siamo solo in due, si giustifica. Ha ragione: due persone sole a controllare un così grande afflusso sono davvero insufficienti. Ciononostante le file riservate alle autorità e ai giornalisti sono ben controllate e tutte libere.
Alla fine le due amiche riescono a trovare un posto in prossimità dell'inizio di una fila, la donna bruna aiuta la non vedente ad accomodarsi, poi resta in piedi ad un paio di sedie da lei. E' il momento dell'apparizione di un altro attore, anzi, di un'attrice: una signora gentilissima che insiste per cedere il suo posto all'accompagnatrice. Per fortuna esistono cuori generosi, ma, pur non sottovalutando l'importanza della solidarietà e delle relazioni umane, una persona portatrice di handicap non dovrebbe essere oggetto di discrezione, bensì un soggetto di diritti.
Così, mentre sotto i riflettori puntati sul palcoscenico si celebravano alti principi costituzionali, nelle retrovie oltre il baluardo delle prime file si andava consumando un quotidiano fatto di ordinaria discriminazione, talmente grottesco in quel contesto da poter essere definito: storia di ordinaria imbecillità.
Ecco che ci faccio qui dinanzi al mio PC, sono a raccontare questa vicenda accadutami solo qualche giorno fa, perché la minorata visiva di cui sto parlando sono io. Io, arcistufa di incontrare ad ogni passo barriere che mi negano. Nel quotidiano, sul posto di lavoro, nello stesso linguaggio dove la cecità è il simbolo di tutto ciò che è immondo, nefando, meschino, maligno.
Sono io con la mia soggettività consapevole di tutto il valore della propria differenza.
E così l'ho fatto. L'ho scritta. Ora mi sento meglio, leggera. Mi alzo e, quasi galleggiando, esco sulla terrazza. Fuori, in compagnia soltanto di me stessa, a respirare la libertà del tiepido, profumato vento settembrino.

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